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Dossier: Storia dell’Animazione Robotica (Seconda Parte)

DOSSIER SULL’ANIMAZIONE ROBOTICA: MACROSS E I SUOI SUCCESSORI (1982 – 1990)

La rivoluzione di Kawamori: Macross (1982)In collaborazione con ANIME ASTEROID

Sempre nel 1982 vedrà la luce un secondo, epocale anime robotico: Fortezza Super Dimensionale Macross. Il relitto di una gigantesca nave aliena schiantatasi sulla Terra, il Macross, viene ricostruito dai terrestri, e dopo dieci anni di lavoro viene utilizzato per esplorare l’universo. La sua riattivazione non solo richiamerà una razza di bellicosi alieni, gli zentradi, ma teletrasporterà tutti gli abitanti dell’isolotto di Sud Ataria nei dintorni di Plutone. Inizierà allora un lungo viaggio di ritorno verso la Terra, frammentato dai frequenti scontri con gli alieni. Animato dalla Tatsunoko, ma ideato dallo Studio Nue e sopratutto da Shoji Kawamori (che ne curerà il mecha design divenendo rapidamente uno dei più affermati artisti in quel settore), Macross è un intelligente mix tra fantascienza robotica, romanticismo e musica, la prima serie animata i cui tratti principali non derivano dall’esperienza del cinema, ma dall’animazione stessa. Kawamori e compagni, dopo 15 anni di anime, hanno ormai capito come pensano e cosa vogliono gli appassionati: chara non necessariamente realistici, ma attraenti e colorati in modo sgargiante, robot sfavillanti, belle musiche… In Macross c’è tutto questo, partendo dal sensuale tratto dell’esordiente Haruhiko Mikimoto per arrivare ai numerosi inserti j-pop cantati da Mari Iijima, doppiattrice della cantante Lynn Minmay (grazie a questo ruolo sarà la prima idol sbocciata attraverso gli anime). Non mancano neppure triangoli sentimentali (battesimo delle future commedie romantiche), battaglie galvanizzanti con mecha transformabili (i primi della Storia), scene ecchi. Varietà, questa, che garantisce a Macross una visione gratificante, anche a dispetto di una sceneggiatura un po’ dispersiva e in alcuni punti sconclusionata. La “ricetta Macross”, basata sul rendere sborone ogni singolo aspetto visivo/uditivo di un anime per appagare i sensi del pubblico (in pratica, gli embrioni del moderno concetto di fanservice), verrà colta, ma solo dopo diversi anni anche recepita in ogni ambito animato. Tant’è che, a parte i successivi lavori della Tatsunoko e poco altro, nessun altro studio vi aderirà. Per i curiosi, davvero assurda e per certi versi esilarante, la sorte di Macross in America, e poi nel resto del mondo. Mescolato senza motivo con Genesis Climber Mospeada e Southern Cross, successivi lavori Tatsunoko, verrà rinominato Robotech, raggiungendo, tra le altre cose, un certo riscontro anche da noi.

Il 1983 è da ricordare per Fang of the Sun Dougram e Aura Battler Dunbine, sempre produzioni Sunrise.

Fang of the Sun Dougram è il battesimo di fuoco nel genere per il futuro “re del Real Robot” Ryousuke Takahashi, nonché, sicuramente, il primo successore di Gundam. Il pianeta Deloyer, colonia della Terra, vuole l’indipendenza, ma in tutta risposta si ritrova con un governo fantoccio instaurato rapidamente, e l’esercito terrestre a sedare le rivolte. Il protagonista Crinn Cashin, figlio del governatore di Deloyer, si unisce ai ribelli per prendere parte alla guerriglia, trovandosi presto alla guida del prototipo Dougram, costruito dagli insorti. Si torna allo schema “Super mascherato da Real” (come Gundam), con il Dougram invincibile e solo i mezzi avversari davvero realistici, ma il robot è sempre più “smitizzato”, e in più di un’occasione sarà talmente malconcio, come armamenti o carburante, che sarà inutilizzabile o addirittura costretto a fuggire via dal campo di battaglia. Sopratutto, con Dougram il regista Takahashi farà conoscere a tutti il suo grande talento di sceneggiatore, grazie a dialoghi attendibili e un background politico/militare credibilissimo e curato, ispirato alla storia contemporanea (in questo caso, il pianeta Deloyeran è praticamente un paese dell’America Latina che vuole emanciparsi dal giogo statunitense – l’immaginario stato di Medoul – durante la Guerra Fredda, e in esso si respirano atmosfere, anche per merito di divise, motivetti militari etc, di guerre civili spagnole e cubane). Il fortissimo realismo di fondo in strategie di guerra, implicazioni economiche, politiche e sociali del conflitto e caratterizzazione umane dei personaggi (che siano eroi od odiose spie o tiranni) proiettano Dougram nell’Olimpo come prima storia robotica in assoluto ambientata in un contesto Real.

Dunbine (1983), quando i mecha incontrano il fantasy puroAura Battler Dunbine, di Tomino, rappresenta la prima commistione in assoluto tra robotico e fantasy puro, con il protagonista, Sho Zama, che finisce nel magico mondo di Byston Well e affronta, alleandosi ai ribelli di Neal, il malvagio impero di re Drake. L’elemento robotico (impreziosito da un ottimo mecha design da parte del futuro, grande artista Yutaka Izubuchi) risiede negli aura battler, ossia i mezzi da combattimento usati in guerra, insetti giganti rinforzati meccanicamente la cui potenza deriva dall’aura di chi li manovra. Ispirato ai numerosi romanzi fantasy scritti dallo stesso Tomino, Dunbine è, forse, tendenzialmente troppo ripetitivo per dirsi completamente riuscito, ma ha dalla sua il forte messaggio contro la guerra e contro il progresso tecnologico, che originerà il finale più crudele e senza speranza che il regista abbia mai filmato. Per dovere di cronaca, Tomino tornerà in anni molto successivi a esplorare il suo mondo di Byston Well con altre produzioni animate (Garzey’s Wing nel 1996 e The Wings of Rean nel 2005), ma di queste meno se ne parla meglio è.

Nel 1984 tocca a Heavy Metal L-Gaim, Macross: Il film (o Do you Remember Love?) e sopratutto Armored Trooper Votoms. Ci sarebbero anche i misteriosi Giant Gorg di Yoshikazu Yasuhiko e Panzer World Galient di Ryousuke Takahashi, quest’ultimo primo figlio di Dunbine, ma l’assenza di una lingua o di sottotitoli comprensibili rendono impossibile giudicare o sapere qualcosiasi cosa sui due.

Heavy Metal L-Gaim, nuova produzione Tomino/Sunrise, è noto sopratutto per l’apporto, in fase di chara, mecha e sceneggiatura, di Mamoru Nagano, all’epoca un nessuno qualsiasi ma in tempi successivi uno dei più importanti mangaka del Giappone, autore del capolavoro The Five Star Stories. Questo manga, che inizierà nel 1986, è quello che avrebbe dovuto essere in realtà Heavy Metal L-Gaim: non una serie fatta tanto per, in modo da preparare lo staff Sunrise in vista dell’ambizioso Z Gundam, ma uno spettacolare, sconfinato Star Wars nipponico. La storia, ambientata in un universo retto dalla tirannia della sovrana Poseidal, vede Daba Myroad, principe dello scomparso regno di Mizum, con il suo amico Kyao e il potente heavy metal (mecha tipo) L-Gaim, iniziare una ribellione stellare per sconfiggere la crudele regina. Com’è stato impostato e realizzato, L-Gaim è veramente ben poca cosa: ultra-ripetitivo, colmo di umorismo dozzinale, con protagonisti pessimi e di una linearità banale a livelli tragici, rappresenterà per Tomino e Nagano una delusione, nonché un pericoloso passo falso. Sarà influente unicamente per il suo mecha design straordinario, con robot umanoidi che ricordano, come fattezze, avveniristici cavalieri medievali.

Il film di Macross è “solo” il punto di massima gloria della poetica di Shoji Wakamori e dello Studio Nue. Trattasi di un vero e proprio remake cinematografico della serie originale, comprensivo di infiniti cambiamenti strutturali (da fantascientifico diventa una vera e propria storia romantica con contorno sci-fi), capaci di migliorare esponenzialmente la storia. Le animazioni eccellenti e il chara maestoso di Haruhiko Mikimoto completano il quadro rendendolo un vero capolavoro, manifesto della rivoluzione culturale creata dallo Studio Nue.

Dopo Dougram e Galient, Ryousuke Takahashi dirige il suo cult più famoso, Armored Trooper Votoms, il primo, VERO Real Robot della Storia: di nuovo un intreccio costruito su background militare e di nuovo influenze dalla Storia contemporanea (la guerra del Vietnam, vissuta nell’arco narrativo del pianeta Kummen), ma nessun mecha protagonista pseudo indistruttibile. I verdissimi AT sono infatti robot bipedi monoposto, alti poco più di 3 metri: dotati di armi belliche sicuramente notevoli, ma con i loro punti deboli, danneggiabili anche da un banale colpo di arma da fuoco. Chirico Cuvie, durante la sua lunga avventura (inseguito dai sicari di due eserciti, che non ricordano nemmeno perché sono in guerra, per aver visto un segreto militare che doveva rimanere tale), avrà modo di pilotare un gran numero di AT, essendo giustamente armi prodotte in massa. Ecco quindi che non appena lascerà un luogo o il suo mecha verrà distrutto, Chirico sarà nuovamente solo, e dovrà perciò recuperare un’altra unità prima che i nemici lo trovino. L’importanza di Votoms nel genere sarà determinante, e si evolverà, un po’ come Gundam l’anno successivo, in un lunghissimo franchise di oav e film che perdura a tutt’oggi. Curiosamente, visti gli sviluppi che Votoms avrà nella sua storia, si può dire, sorridendo, che il primo vero Real Robot sarà pilotato da un Super pilota (letteralmente)…

Importantissimo il 1985.

Mamoru Nagano alla prima prova animata: il mediocre ma visivamente sontuoso Heavy Metal L-Gaim (1984)Se dopo Gundam, Ideon e Macross le produzioni Super Robot “classiche” avevano comunque continuato a venire realizzate secondo i consueti canovacci tokusatsu, con God Bless the Machine Dancougar dello studio Ashi Production si arriva, finalmente, alla fine di tale concezione. Dancougar, infatti, pur narrando le solite vicende “terrestri vs invasori” con il solito, datato schema narrativo, impronta il tutto di forte continuity e sopratutto sullo scardinamento di numerosi topoi, tra cui l’apparizione del robottone protagonista (addirittura quasi a metà serie!) e sul suo uso (è talmente superiore a qualsiasi avversario che verrà usato molto sporadicamente). Degno di menzione anche il superbo mecha design, tondeggiante e scintillante, di un Masami Obari che proprio in questa disciplina scoverà un talento immenso: qui il fascino della sua arte lo si ritrova nel robottone protagonista, il Dancougar appunto, gigantesco colosso alto oltre 30 metri (!) con fattezze di giaguari (!) e mammuth (!!). Da ricordare anche il comparto sonoro, retto su numerose opening, ending e insert song, segno che la rivoluzione di Macross inizia a prendere piede.

Ma i veri, autentici, imprescindibili capolavori del 1985 sono altri due, quelli che diventeranno i massimi esponenti nello sci/fi-robotico di tutti gli anni 80. Trattasi di Blue Comet Layzner, di Ryousuke Takahashi, e di Mobile Suit Z Gundam, sempre di Tomino. Entrambi Sunrise, entrambi realizzati con una cura tecnica, narrativa e visiva magistrale (uno spettacolo il tratto di Yoshikazu Yasuhiko su Z Gundam), entrambi cupissimi e drammatici.

Per Blue Comet Layzner, non ancora completamente reperibile in lingua occidentale, si può soltanto citarne brevemente la trama: durante un futuristico proseguo della Guerra Fredda, un gruppo di ragazzi residenti su una base ONU marziana scoprirà, grazie all’amicizia con l’ibrido umano-alieno Eiji, che la sua razza, i Grados, intende conquistare la Terra. Per mezzo del misterioso mecha da lui pilotato, il Layzner, i ragazzi inizieranno così un viaggio spaziale per tornare sul loro pianeta ad avvertire i terrestri. Il capolavoro di Takahashi, oscuro e tragico, pone al centro della vicenda il tema del razzismo, da parte dei terrestri verso Eiji, che avrà ovviamente forti ricadute sulla credibilità e sulle buone intenzioni del giovane. E come in Dougram e Votoms, il regista inserirà nella trama echi di Storia contemporanea, con l’invasione aliena che, per le sue modalità devastanti, intenzionate a cancellare ogni minima forma di civiltà e cultura dei terrestri, ricorda l’invasione nipponica, durante la Seconda Guerra Mondiale, della Corea. Fallimento commerciale (probabilmente per l’accennata autocritica alla Storia giapponese) culminante in un episodio finale talmente sintetico e sbrigativo da risultare inguardabile, fortunatamente Layzner conoscerà la sua vera conclusione nel mercato home video, quando nello stesso anno della conclusione della breve serie tv (38 episodi) usciranno tre oav riepilogativi di cui il terzo, Eiji Memorial 2000, rappresenterà il bellissimo finale ufficiale.

Mobile Suit Z Gundam sarà invece la serie gundamica che, grazie al successo tardivo della prima serie (coltivato gradualmente per mezzo dei suoi tre film riassuntivi e, in misura sempre maggiore, dal boom di vendite dei modellini Bandai), genererà il vero culto dell’incazzoso mobile suit bianco, con la conseguenza di creare uno dei più lunghi e famosi, se non IL più famoso, franchise per eccellenza di tutto il Giappone. Ambientato alcuni anni dopo il termine della serie del 1979, Z Gundam prende vita in uno scenario ancora più drammatico: la Federazione Terrestre è governata dal gruppo reazionario militare dei Titani, e Amuro Ray si troverà presto costretto ad allearsi coi suoi ex nemici, i reduci di Zeon, per combatterli. Interessante notare che il protagonista di Z Gundam sia in realtà un nuovo personaggio, Kamille Bidan, colui che piloterà il mecha che dà il titolo all’anime, mentre Amuro e Char (ora camuffato nelle vesti del carismatico Quattro Vageena) saranno comprimari che appariranno soltanto in alcune porzioni di storia (e che addirittura spariranno completamente nel secondo sequel, lo ZZ). Tomino, spesso criticato per la regia funzionale, da lui voluta e difesa in modo tale che lo spettatore si concentri sulla storia e non sul mero mecha design, questa volta si distingue per una direzione spettacolare e avvincente, confezionando un prodotto superlativo sotto ogni aspetto.

Della seconda metà degli anni 80, più che citare le diverse produzioni Gundam o Votoms che si susseguiranno, vale la pena fare un rapido excursus sugli oav, ossia i lavori animati nati per il mercato home video, creati dagli adepti della “ricetta Macross”. Proprio lì, infatti, questi artisti sono stati confinati dagli studios nipponici, in attesa di capire quanto potesse aver futuro la rivoluzione culturale di Shoji Kawamori.

Votoms (1984), il primo, vero Real RobotSi ricorda, in quest’ambito, la leggendaria e bizzarra trilogia sci-fi/robotica realizzata dallo studio AIC tra il 1985 e il 1987, comprensiva di Megazone 23 (1985), Fight! Iczer-1 (1985) e Dangaio (1987). Tutti e tre aventi l’intrigante chara di Toshiki Hirano, gli ultimi due addirittura il mecha di un ritrovato Masami Obari (ricordate? Quello di Dancougar). La loro particolarità è stata quella di sfruttare al massimo altissimi budget per raccontare ambiziose storie multi-genere (Megazone 23, ricordato come primo oav robotico, rimane fondamentalmente un’avventura cyberpunk, Iczer-1 un action horror con intermezzi splatter ed ecchi) caratterizzate dall’estetica fanservice di Macross. Diverranno, grazie ai loro superbi aspetti tecnici/visivi/sonori (capaci di far soprassedere su trame complesse raccontate frettolosamente o incomplete), i massimi emblemi dell’epoca della filosofia di Shoji Kawamori.
Sempre nel mercato oav è imperativo non dimenticare Punta al top! Gunbuster (1988). Diretto da un ancora sconosciuto Hideaki Anno, Gunbuster è sia uno dei tanti figli di Macross, che il primo grande cult del neonato studio GAINAX: rappresenta una rielaborazione degli stilemi e delle tendenze, assimilati in 20 anni, di ogni genere di anime. Ecco quindi robottoni giganteschi ed “esagerati” al limite massimo, scene ecchi a volontà, personaggi volutamente adagiati sugli stereotipi, lo splendido chara di un ritrovato Haruhiko Mikimoto, e anche autentici tocchi di classe come l’eyecatch che strizza l’occhio a quello di Ideon… La trama, decisamente evocativa, pone in essere le missioni spaziali di Noriko Takaya e della sua senpai Kazumi Amano, in un minaccioso futuro dove le due rappresentano a tutti gli effetti l’ultima speranza del genere umano di sconfiggere la solita, bellicosa minaccia aliena, in quanto le pilotesse prescelte per guidare il fortissimo robottone Gunbuster. Grande elemento di originalità, non più ripreso in altre serie, è la teoria einesteniana della relatività che muove il mondo di Gunbuster, fatto di viaggi nell’iperspazio che avranno ripercussioni sulle leggi temporali della Terra.
Infine, tra le pietre miliari va citato anche, del 1985, l’oav Love, Live, Alive, epilogo dell’orribile serie televisiva Genesis Climber Mospeada (1983). La sua peculiarità? Essere il primo, vero e proprio Music Video animato, ossia un recap di momenti salienti della serie accompagnati da un susseguirsi di brani j-pop celebrativi, un modello che anticipa di un paio d’anni il recap musicale di Dancougar (Song Special, 1986) e quello, ben più famoso, di Macross (Flash Back 2012, 1987).

Patlabor (1988) è il primo slice of life robotico. In un vicino futuro, l’industria nipponica inizia a costruire robot per l’edilizia. Il rischio, ovviamente, è che la criminalità organizzata se ne impossessi per usarli per i propri scopi: la polizia deciderà così di istituire un corpo di polizia specializzato nel pilotare mecha militari, i labor, per combattere la minaccia. Ideato dal giovanissimo mangaka Masaami Yuki, questo riuscito mix di vita quotidiana, poliziesco, commedia (ma non mancheranno neppure risvolti thriller) verrà serializzato contemporaneamente in manga e oav, creando così il culto del memorabile e simpaticissimo Secondo Plotone della Seconda Sezione Veicoli Speciali. Il successo della prima miniserie oav spianerà il via alla lunga serie televisiva Sunrise (1989), il cui staff sarà formato da alcune delle migliori personalità del mondo dell’animazione: Akemi Takada (chara), Kazunori Ito (sceneggiatura), Yutaka Izubuchi (mecha). A occuparsi dello splendido sequel home video e dei primi due, altrettanto splendidi, film animati, sarà il già celebre Mamoru Oshii.

Z Gundam (1985): Tomino at his finestIl 1989 è l’anno della prima delle tre leggendarie serie oav di Gundam, nata per commemorare i primi 10 anni di vita del brand e, curiosamente, non diretta da Tomino. Pur non offrendo nulla di epocale, Gundam 0080: War in the Pocket è un gioiellino. Retto sui disegni caldi e sensuali di un indimenticabile Haruhiko Mikimoto, rappresenta una side-story della guerra Federazione-Zeon della prima serie di Gundam, ambientata nella colonia neutrale Side 6: dal punto di vista non di soldati o piloti di mobile suit, ma di semplici civili. È la storia dell’amicizia tra Alfred, ragazzino appassionato del lato “eroico” della guerra, e Bernie, giovane spia zeoniana. Un rapporto, il loro, commovente, che presto conoscerà la tragicità del conflitto.

Nel 1990 Sunrise, ormai lo studio per eccellenza in ambito robotico, decide di rivolgere anche a un target più giovane i suoi lavori: nasce Brave Exkaiser, primo capitolo di quella che sarà la lunga saga Brave, otto capitoli prettamente infantili, a livelli di atmosfere, il cui unico motivo d’esistere risiede nel mecha design potente e ultra-tamarro dei suoi robottoni protagonisti (unica serie, tra queste, apprezzabile anche a un target maggiormente adulto, è The King of Braves Gaogaigar, 1997).

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